In questa sezione potrai trovare racconti e biografie di chi ha fatto la storia del mondo a due ruote

Buona lettura!

31/05/2018, 00:11



David-Philippaerts,-10-anni-dopo


 Il racconto del titolo mondiale 2008



Il prossimo 14settembre saranno dieci anni esatti dal giorno in cui DavidPhilippaerts diventava il primo italiano a vincere il titolo iridatodella MX1.

Un’impresa percerti versi inattesa, quella del 2008, che portò David a scavalcaresorprendentemente le gerarchie del motocross mondiale, fino adarrivare al coronamento di un obiettivo che, appena quattro anniprima, appariva poco più di un miraggio indefinito. 

In quellastagione Philippaerts corse con la Yamaha del team Rinaldi, a cui eraapprodato dopo aver lasciato la KTM ufficiale. "Non è che mitrovassi male in KTM - spiega David - ma avevo delle visioni moltodiverse da quelle di Stefan Everts, che nel 2007 era diventato ilmanager della squadra. Così, quando arrivò la proposta della Yamahaper il 2008, accettai senza nemmeno guardare il contratto. Ancheperché il team Rinaldi era uno dei miei sogni fin da quando erobambino". 

Arrivavi inuna squadra dove c’era già Joshua Coppins che partiva per vincere.C’erano delle gerarchie all’interno del team? 
"Sì,quando firmai il contratto mi era stato detto chiaramente che sareistato la seconda guida della squadra. Però, dopo le prime gare, cieravamo ritrovati con le posizioni invertite rispetto ai piani: ioero in testa alla classifica, mentre Coppins aveva fatto degli errorie si trovava più indietro. Da quel momento Rinaldi disse che non cisarebbero più stati ordini di scuderia e che ci saremmo giocati lenostre chance alla pari". 

Come nacque laconvinzione di poter vincere il mondiale? 
"Nacque giornoper giorno, senza fare troppi programmi. Col passare delle garevedevo che andavo forte in tutte le piste e che non facevo errori.Non vincevo molti gran premi, ma ero il più costante al vertice". 

Non mancaronole giornate dure: in Francia, dove una serie di problemi ti feceraccogliere appena 8 punti, e in Belgio, dove perdesti la tabellarossa. Quale fu il momento peggiore? 
"Senza dubbio inFrancia, perché mi ero dovuto ritirare non per colpa mia: mi siruppe la pedana poggiapiedi in un contatto con Desalle, che tral’altro era doppiato. In Belgio fu una giornata difficile, è vero,ma col senno di poi la ritengo una fortuna, perché tutto il teamcapì che era il momento di rimboccarsi le maniche e non cullarsisugli allori. Dopo quella gara arrivarono delle novità tecniche dicui avevamo bisogno e tornai subito competitivo, vincendo già ladomenica successiva, in Repubblica Ceca". 

Si dice che,oltre alla moto, a fare un salto di qualità in quei giorni era stataanche la tua testa. 
"Non è così, io quell’anno ditesta c’ero sempre stato. La questione era puramente tecnica,perché la concorrenza era migliorata gara dopo gara, mentre noi nonstavamo lavorando nella maniera giusta e avevamo perso terreno,soprattutto sul piano del motore. A Loket arrivò un nuovo motore ela moto tornò a funzionare a meraviglia". 

Fu quello ilmomento decisivo della stagione? 
"Sicuramente la vittoriain Repubblica Ceca fu importantissima, ma secondo me il momentodecisivo della stagione fu in Olanda. Era il penultimo gran premio etutti si aspettavano un attacco di Ramon e De Dycker, che erano imiei avversari principali nella corsa al titolo ed erano duespecialisti della sabbia. Invece mi difesi benissimo e addiritturaguadagnai una decina di punti su Ramon, lasciandone soltanto 2 a DeDycker. Questo mi permise di arrivare all’ultima gara, a Faenza,con un vantaggio prezioso e con la convinzione di aver superatol’ostacolo più duro". 

Eppure quellaseconda manche di Faenza sembrava davvero non finire mai... 
"Sì,perché ormai mi bastava semplicemente arrivare a punti, dovevosoltanto stare alla larga dai guai. Eravamo in Italia, con un pilotaitaliano e un team italiano in testa al mondiale, quindi tutto ilpubblico era lì per me. Io non mi ero mai ritrovato in quellasituazione e sicuramente la pressione c’era". 

La pressionedi tutta quella gente a bordo pista che aspettava solo di festeggiareti ha messo in crisi o ti ha esaltato? 
"Tutte e due lecose. Come ho detto, la pressione c’era e si sentiva. Però incerte situazioni io mi caricavo a mille: vedere il pubblico a strettocontatto, sentire il calore e la passione, mi dava adrenalina e mifaceva rendere al meglio. Un altro esempio di gare di quel tipo fu ilNazioni di Franciacorta". 

Tra i tuoirivali di quell’anno, temevi di più Ramon o De Dycker? 
"Ramon,perché era il campione in carica, faceva meno errori e tecnicamenteera di un livello nettamente superiore". 

È vero chedurante le prove lo spiavate tutti per capire le traiettoriemigliori?
"Verissimo. Ramon era l’unico pilota al mondoche faceva traiettorie completamente differenti e andava forte lostesso. Lui si stancava la metà degli altri, perché riusciva aevitare le buche. Era un mix straordinario di tecnica di guida eintelligenza". 

Dopo la gioiadel titolo, avrai sicuramente ripensato a tutti i sacrifici fatti perarrivare fin lì. Quattro anni prima, nel 2004, eri addirittura sulpunto di abbandonare il mondiale. Cosa successe in quell’arco ditempo? 
"Semplicemente decisi di cambiare vita. Prima eroun ragazzino di vent’anni che voleva correre, ma anche divertirsicon le ragazze e tutte le distrazioni tipiche di quell’età. Nel2005 ci fu una rivoluzione: andai a vivere da un’altra parte, mipresi una casa in Belgio per allenarmi di più là e cambiai stile divita. Grazie a quello sono cresciuto mentalmente e fisicamente. Fudecisivo anche l’arrivo di Alice, la mia ex compagna, che iniziò aseguirmi in tutto quello che facevo, compresi gli allenamenti. Avereuna presenza costante al mio fianco mi aiutò molto". 

E così seiriuscito a prendere l’ultimo treno utile per la tua carriera. 
"Nel2005 l’accordo con il team Errevi prevedeva di fare le prime garedel mondiale con la 125 due tempi, per poi sederci a tavolino evalutare se proseguire o no. Dopo cinque gran premi ero andato cosìbene che la KTM arrivò a offrirmi la moto ufficiale rimasta fermaper un infortunio di Rattray. Da lì è partito il treno che mi haportato fino al titolo mondiale". 

Se nel 2009non fosse arrivato Cairoli a dominare la scena della MX1, avrestipotuto vincere ancora? 
"Non credo. Se non fosse arrivatoTony, magari ci sarebbe stato qualcun altro al posto suo". 

Cosasignifica? 
"Sono convinto che avrei potuto vincere iltitolo anche nel 2009 e nel 2010, ma non successe per demeriti miei edel team. Nel 2009 pagai un po’ di appagamento per il titolodell’anno prima, mentre nel 2010 facemmo un sacco di errori tecnicicon la squadra e la Yamaha". 

Era il primo anno della Yzf con motore rovesciato.  
"Unamoto strana, che riuscivo a guidare bene solo io. A fine 2009, almomento di fare le scelte tecniche col team per l’anno successivo,prendemmo delle strade sbagliate. In più la moto nuova arrivò soloa gennaio, con tutti i ritardi che ne conseguirono nel lavoro dimessa a punto. Riuscimmo comunque a mantenerci sempre al vertice echiudere il campionato al terzo posto, ma forse si sarebbe potutofare anche di più". 

Alla fine deigiochi, sei soddisfatto della tua carriera?  
"Sì. Sonoriuscito a vincere un titolo mondiale e le uniche recriminazioni conla sfortuna le ho per le stagioni 2011 e 2012, in cui mi ruppientrambi i polsi per due volte consecutive. Prima di quegliincidenti, ero ancora un pilota d’alta classifica; magari non datitolo, ma sicuramente in grado di vincere dei gran premi e lottaresempre per il podio". 

AlessandroCastellani


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